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Business

Chi sono i Business Angel e come possono contribuire ad una start up?

Ad oggi le start up hanno moltissime strade da percorrere per veder finanziati e realizzati i propri progetti. Una di queste strade ha il nome di Business Angel. La loro presenza in Italia, negli ultimi anno, si è notevolmente rafforzata, grazie alla sempre più crescente presenza di incubatori, acceleratori e portale di equity crowdfunding. Queste strutture infatti riesco ad attrarre, coordinare ed organizzare i vari interventi dei business angel.

Chi sono i business angel

A differenza dei Venture Capital, che abbiamo visto essere dei capitale raccolti da fondi istituzionali, i Business Angel, partecipano alle start up, finanziando i progetti con i loro personali risparmi e fondi. Inoltre non si limitano a finanziare il o i progetti selezionati. Molto spesso partecipano in prima persona alla loro realizzazione. Questi investitori di capitale di rischio, una volta che hanno conosciuto il progetto proposto e vi si sono appassionati, possono decidere di parteciparvi, oltre che finanziariamente, anche con la loro esperienza, piuttosto che con conoscenze e contatti. Il loro interesse, quindi, non è sempre e solo economico.

Il capitale investito dai Business Angel

Vediamo ora nel dettaglio con quanto capitale, materialmente, possano contribuire i business angel in un progetto di una start up.

I BU (business Angel), possono finanziare singolarmente il progetto, oppure farlo in gruppo. In quest’ultimo caso parliamo di syndacation. In questo modo il rischio e il capitale vengono ripartiti (si possono comunque raggiungere cifre ragguardevoli).

Solitamente i BU intervengono in una start up durante la loro fase di “early stage”, vale a dire nelle prime fasi di vita di un’impresa, che comprendono le operazioni di seed e quelle di start up.

Parlando di cifre possiamo dire che l’investimento va da un minimo di 5-10 mila euro, fino ad arrivare a 100-200 mila euro. Difficilmente i contributi dei BU superano i 500 mila euro (ma non è mai detto). La partecipazione finanziare del BU al progetto, ne prevede la cessione di quote societarie. Il quantitativo delle quote dipende sempre dagli accordi presi a monte con le start up.

In Europa esiste un’associazione ad hoc di business angel, chiamata: IBAN.

Come trovare i business Angel

Non è facile. Non esiste una mappatura precisa, dettagliata e sempre aggiornata di questi investitori. D’altra parte dobbiamo considerare che per diventare un BU non occorre proclamarlo ai quattro venti, ne è necessario iscriversi a particolari associazioni. Chiunque disponga di capitale e voglia investire in una nascente impresa innovativa, che comporta alti rischi finanziari, può diventare un business angel. Quindi chiunque abbia delle disponibilità di capitale e una mattina si svegli e voglia investirli in un progetto di una start up, diventa automaticamente un BU.

Per queste ragioni è sempre molto difficile trovare i nostri personali “angeli”. E sempre per questo motivo, anche noi di InnovareOggi, preferiamo sempre consigliarvi di iniziare facendo riferimento alle varie associazioni già esistenti, come l’IBAN ad esempio.

IBAN – Italian Business Angel Network

Abbiamo visto che l’IBAN è una delle tante associazioni di BU presente anche in Italia.

Vogliamo riportarvi la descrizione precisa di business angel che viene data direttamente da loro:

“In genere sono ex titolari di impresa, managers in attività o in pensione, che dispongono di mezzi finanziari (anche limitati), di una buona rete di conoscenze, di una solida capacità gestionale e di un buon bagaglio di esperienze. Hanno il gusto di gestire un business, il desiderio di acquisire una partecipazione in aziende con alto potenziale di sviluppo e l’interesse a monetizzare una significativa plusvalenza al momento dell’uscita; l’obiettivo dei Business Angels è quello di contribuire alla riuscita economica di un’azienda ed alla creazione di nuova occupazione.”

Syndacate investing: l’investimento in cordata

Usiamo un termine più tradizionale, abbandonando per una volta gli inglesismi. I BU preferiscono, quasi sempre, investire in cordata, piuttosto che in solitaria. Questo significa che, invece di investire da soli in un unico progetto, preferiscono farlo con altri BU su più progetti. In questo modo i rischi di perdita di capitale si riducono notevolmente. Questa tipologia di investimento a catena, ha preso sempre più piede negli ultimi anni. Dati alla mano, se controllate le statistiche della AngelList (piattaforma che permette di costruire syndicate di soli investitori accreditati), ha raccolto oltre 600 milioni di dollari.

Lead Investor

Abbiamo anche detto che chiunque disponga di capitale può diventare un BU. Il rischio però è sempre molto alto. Per questo motivo un’altra forma di investimento, che si sta affermando sempre di più, è quella della partecipazione (anche con un minimo di capitale) a progetti nei quali un esperto BU faccia da guida a tutti gli altri investitori. Queste figure si chiamano Lead investor e ci mettono personalmente la faccia per attirare altri nuovi investitori nel progetto che hanno deciso di finanziare. Sotto la loro guida è possibile ridurre i rischi, nonostante l’investimento venga fatto in start up innovative, che di per se sono molto rischiose.

Business plan: cos’è a cosa serve e come realizzarlo

Il business plan (BP) è il documento attraverso il quale viene definito un determinato progetto. Individua strategie ed obiettivi e pianifica le azioni finanziarie ed economiche da affrontare per la realizzazione e lo sviluppo del progetto stesso. Insieme al business model, si tratta di uno strumento fondamentale per qualunque imprenditore, per ottenere sempre maggiore consapevolezza della propria azienda. Redigere correttamente un BP non è cosa da poco e non tutti hanno le competenze necessarie per poterlo realizzare al meglio. Esistono però molte figure professionali (come ad esempio commercialisti specializzati nei BP) che sanno sicuramente come fare un business plan.

Funzione Interna ed Esterna

Il Business Plan ha una duplice funzione. Internamente serve da linea guida nei processi decisionali. Guida ed informa contemporaneamente il management, introducendo una serie di informazioni finanziarie ed economiche, da tenere in considerazione durante i processi decisionali.

Non solo. Dal punto di vista esterno, un business plan diventa lo strumento fondamentale per proporre un progetto nuovo (o la rielaborazione di uno vecchio) a partner esterni l’impresa. Quando risulta necessario presentare un progetto a potenziali investitori, operatori economici esterni all’impresa, il BP diventa lo strumento per mettere in luce ogni aspetto economico del progetto.

Come fare un business plan

La redazione di un BP prevede una serie di sezioni che devono essere compilate con rigore per avere un’efficacia comunicativa chiara e d’impatto. La preparazione è molto complessa e come abbiamo visto, non tutti sanno come fare un business plan. Questo dipende soprattutto dal fatto, che la sua realizzazione risente molto delle finalità per cui viene redatto.

Lo scopo di un buon BP è quello di permettere all’imprenditore di valutare la validità e l’efficacia della propria idea. Allo stesso modo deve permettere agli eventuali finanziatori esterni di valutarne la solidità e la fondatezza. Il BP deve inoltre mettere in luce il potenziale del progetto e il suo livello di innovazione. Purtroppo ( e per fortuna) non esiste un modello prestabilito per un BP come si deve.

É buona cosa però rispettare alcuni criteri fondamentali per evitare grossolani errori e riportare tutte le informazioni necessarie allo scopo.

Presentazione e parte iniziale

Per vedere come fare un business plan iniziamo dicendo che nella presentazione iniziale dovranno essere riportati almeno le seguenti informazioni:

  1. un riassunto per sintetizzare l’iniziativa
  2. gli obiettivi
  3. le strategie
  4. i costi
  5. i finanziamenti richiesti
  6. l’uso che si intende fare dei finanziamenti stessi

é sempre buona cosa inoltre preferibile riportare in allegato le parti non strettamente attinenti al progetto (come informazioni di supporto) ed eventuali curricula dei soci.

La presentazione dell’impresa dovrà occupare la prima parte del BP (quindi tutte le informazioni relative alla struttura societaria, all’oggetto sociale, all’organizzazione, al campo di attività e alle sue prospettive future).

Se si tratta di una società già in essere, si può allegare anche la redazione di una storia aziendale (economica e sociale). Mentre se si tratta di una Startup innovativa, sarà corretto indicare tutte le fasi del progetto, quelle già realizzate e quelle ancora da affrontare.

Essenzialità riassuntiva e schematica

Tutte le informazioni dovranno essere riportate in modo sintetico ed esaustivo. Il BP dovrà evidenziare quello che si intende realizzare, l’ubicazione dell’attività (dove possibile) e la linea generale di spese preventivate. Nella descrizione dei prodotti e/o servizi offerti, non ci si dovrà limitare a farne un mero e semplice elenco. Quello che è importante è la capacità del BP di mettere in evidenza il valore aggiunto che il nostro bene/servizio potrebbe apportare al cliente finale.

Analisi di mercato

La parola chiave per sapere come fare un business plan, è “conoscere il mercato”. Il primo passo da compiere infatti, prima di mettersi al tavolino a redigere testi, numeri e dati, è quella di procedere con un’analisi approfondita del mercato di riferimento.

Individuato il target di consumatori ai quali vogliamo rivolgerci, il BP costituirà l’analisi attraverso la quale decidere i processi di commercializzazione del prodotto/servizio. Determinerà inoltre il costo al quale proporre il prodotto/servizio. Il BP tiene in considerazione molteplici fattori per determinare un corretto prezzo di vendita sul mercato. Primo fra tutti l’esistenza di eventuali concorrenti già presenti o di eventuali nuovi concorrenti, e il loro relativo posizionamento sul mercato di riferimento.

Le risorse finanziarie

Punto nevralgico di un business plan. Come fare un business plan senza indicare le risorse finanziarie con le quali realizzare, sostenere e promuovere un progetto? Impossibile! L’intero concetto di BP ruota attorno a questo asse. Si dovranno quindi distinguere ed evidenziare tutte le fonti intere:

  1. capitale sociale
  2. utili
  3. finanziamenti dei soci

e le fonti esterne:

  1. finanziamenti commerciali
  2. debiti verso banche e istituti finanziari
  3. mercati azionari ed obbligazionari
  4. leasing
  5. fondi pubblici
  6. agevolazioni finanziarie e/o fiscali da leggi speciali

Leve di Marketing

Infine un BP che si rispetti, deve indicare tutti i canali di marketing che l’impresa intende adottare per promuovere e sostenere il proprio progetto. Questo significa elencarne i canali e soprattutto i costi. Dal posizionamento del prodotto, al sistema dei prezzi, dai canali distributivi, alla politica finanziaria, considerando anche l’organizzazione commerciale e le politiche commerciali che vorranno essere adottate.

Nessuna paura!

É complesso, ci rendiamo ben conto. Si tratta però di un documento importante per ogni attività, soprattutto per le starup innovative. Consapevoli del suo peso, noi di InnovareOggi, affianchiamo le nostre startup per redigere business plan e business model esaustivi e sintetici. Un’arma in più per ottenere finanziamenti e sovvenzioni alle idee del futuro.

Business Model: che cos’è e a cosa serve

Esiste molta confusione sulla vera natura e l’utilità di un Business Model. Prima di andare avanti e spiegarne nel dettaglio tutte le caratteristiche, è bene quindi definirlo.

Il business Model rappresenta la sintesi con la quale vengono descritte idee, scopo, guadagni, costi, attività, interazioni, comunicazioni, ecc… Di un’azienda. Non è corretto identificare il business Model nel Business Plan. Anzi, nel “modello di Business” viene annoverato lo stesso business plan.

Wikipedia lo definisce come il: “modello d’affari (business model), descrive le logiche secondo le quali un’organizzazione crea, distribuisce e raccoglie il valore. In altre parole, è l’insieme delle soluzioni organizzative e strategiche attraverso le quali l’impresa acquisisce vantaggio competitivo.”

Il Modello d’affari può essere rivisti e plasmato a seconda delle necessità e dello stadio di vita di un’attività. Ogni momento è un buon momento, per prendere in mano l’intero pacchetto aziendale e renderlo vincente, innovando il proprio business Model.

Un Modello in continua evoluzione

A differenza del Business plan, il modello d’affari è un documento in continuo evolversi e mutare. Racconta la storia di un’azienda e ne rappresenta l’idea, perché tutto ha sempre inizio da una buona idea. L’evoluzione della “nostra lampadina accesa”, viene scritta sul Business Model, dove vengono evidenziati anche i punti di forza e le modalità che ci porteranno a guadagnare.

I punti salienti di un Business Plan

Uno dei punti cardinali attorno al quale ruota il Business Model è “la conversione”. Significa che nella redazione del modello d’affari deve essere riportata la conversione attraverso la quale l’innovazione dell’azienda viene mutata in acquisizione di valore. Non solo. Nel business Plan deve essere riportata scrupolosamente la strategia adeguata attraverso la quale verrà apportato un concreto vantaggio all’azienda, rispetto ai propri competitor.

L’innovazione è al centro dell’attenzione del modello d’affari. É infatti l’innovazione, la caratteristica attraverso la quale verranno valorizzate le risorse umane e condivise le conoscenze.

Interazioni e collaborazioni

Il modello d’affari inoltre riporterà anche tutti i rapporti tra fornitori e clienti, identificandoli e catalogandoli, per migliora, di conseguenza, le proprie scelte future.

Non si tratta di un semplice elenco delle cose che funzionano e di quelle che invece devono essere riviste. Prende in considerazione qualunque sfaccettatura componga il mondo aziendale. Sviscerando ogni elemento costitutivo sarà quindi possibile trarne delle conclusioni per migliorare il proprio business rispetto alla concorrenza.

Un quadro completo: dall’idea alla sua realizzazione

In buona sostanza adesso sappiamo che un Business Model serve per avere un quadro d’insieme di tutti gli aspetti fondamentali di un’attività, dall’idea, che ha portato alla sua creazione, fino alla sua vera e propria realizzazione.

Redigere un Business Model diventa quindi fondamentale per:

  • Fare chiarezza
  • Evidenziare i vantaggi
  • Migliorare la propria esposizione della nostra idea ad eventuali partner e sostenitori.

Il modello di Alexander Osterwalder

Esistono molti modi diversi di redigere un corretto e completo Business Model. Uno di questi, forse il più conosciuto, è quello ideato da Alexander Osterwalder .

Alexander proveniva dal mondo dell’informatica e quando si laureò, realizzò la sua tesi, ideando un metodo per creare in modo semplice un modello di business.

Successivamente quel modello divenne un libro, che stabilì le basi dei vari business model. Nel corso del tempo, i modelli sono mutati, adattandosi alle nuove necessità.

In linea generale però, possiamo sempre affermare che esistono nove diverse sezioni che definiscono un business model:

  1. Segmenti di Clientela (Chi saranno i clienti?)
  2. Valore Offerto (Qual è il problema che il tuo prodotto o servizio risolve?)
  3. Canali (Quale sarà o saranno i canali di distribuzione del tuo prodotto servizio?)
  4. Relazioni con i Clienti (Come comunicherai con i tuoi clienti e prospect potenziali?)
  5. Flussi di Ricavi Quali sono i flussi dei ricavi che derivano dal valore offerto con successo ai clienti?
  6. Risorse Chiave (Quali sono le risorse necessarie per offrire e distribuire i beni e servizi descritti prima?)
  7. Attività Chiave (Quali sono le attività necessarie per gestire e utilizzare le risorse chiave?)
  8. Partnership Chiave (Quali sono le attività date in outsourching?)
  9. Struttura dei Costi (Quali sono i costi e i ricavi?)

Vi sembra poco?

No, in effetti non lo è.

Ma non è nemmeno impossibile redigerlo. Noi di InnovareOggi, crediamo fermamente nel valore e nell’efficacia di una corretta redazione di un business model. Possiamo crearlo per voi, o con voi. Fianco a fianco nel vostro business per trarne sempre il maggior vantaggio possibile.

Business delle Start Up e Venture Capital

Oggi vogliamo affrontare un argomento particolarmente importante per tutti quelli che avessero intenzione di creare una Start Up. Oggi parliamo di Venture Capital, tradotto in italiano commerciale come capitale di ventura. Con questo vogliamo, per una volta, metterci anche nei panni di chi ha (o avesse) intenzione di finanziare una nuova idea.

Partiamo con la definizione del termine. Per “Venture Capital” si intende una forma di investimento ad alto rischio, perché prevalentemente orientata a finanziare startup innovative.

Uno dei principali problemi per le start Up

Come abbiamo scritto in uno dei nostri precedenti articoli, trovare l’idea vincente, non basta. L’innovazione e l’invenzione sono sicuramente alla base di un progetto, ma non sono sufficienti perché+ questo possa prendere forma e andare in porto. Il passaggio dall’ideazione di un progetto, alla sua realizzazione materiale, è reso possibile dagli investimenti di capitale.

Trovare i fondi per finanziare una propria idea innovativa, costituisce forse lo scoglio più grande, contro il quale i sogni di molti imprenditori, si trovano purtroppo ad infrangersi. Nelle fasi iniziali di un nuovo progetto, è possibile fare affidamento su capitali interni (capitale sociale, utili e finanziamenti dei soci), quando si parla di un’impresa già avviata. Quando invece si tratta di un’idea nuova in mano ad una nuova azienda nascente, è quasi sempre necessario trovare delle forme esterne di finanziamento (finanziamenti commerciali, debiti verso banche e istituti finanziari, mercati azionari ed obbligazionari, leasing, fondi pubblici, agevolazioni finanziarie e/o fiscali da leggi speciali).

Finanza alternativa

la Venture Capital è la forma di finanza alternativa per antonomasia. In buona sostanza si tratta, come abbiamo già detto, di investimenti ad alto rischio, ma con una potenzialità eccezionale. Si tratta di finanziamenti alternativi a cui solitamente le startup si rivolgono per realizzare i propri progetti. Le start up sono imprese con un alta percentuale di fallimento (3 su 4), ma sono anche aziende che. Quando riescono, garantiscono ai loro investitori un ritorno talmente alto da ripagarli anche di quanto hanno perduto nelle imprese fallite.

Le persone che fondano o gestiscono un fondo VC sono chiamati venture capitalist.

Come funzionano le venture capital

A differenza dei business Angel, che finanziano “di tasca propria” i progetti di start up, i fondi di capitale di ventura, devono invece essere raccolti. I fondi vengono quindi costituiti rivolgendosi soprattutto a fondi istituzionali. In questa categoria rientrano:

  1. le fondazioni bancarie
  2. gli enti previdenziali
  3. enti pubblici territoriali
  4. le assicurazioni
  5. le banche

Il venture Capital ha un proprio business plan quale viene determinato e fissato un preciso obiettivo di raccolta capitale. Il fondo raggiunge l’obiettivo quando riceve l’impegno formale da parte di tutti i suoi sottoscrittori ad erogare i fondi richiesti. Arrivato a questo punto il Venture Capital può iniziare ad operare e potrà iniziare a farlo in base a tre diversi focus d’investimento.

Focus d’investimento

Raggiunto il capitale il Venture Capital inizia la sua opera. Si muove in base al proprio focus d’investimento. Di conseguenza potrà muoversi rispetto a determinati settori d’interesse (biotech, robotica, comunicazione, ecc…), oppure in base allo stato di vita della startup (seed, early-stage, growth, ecc), o ancora rispetto alla quantità minima o massima di capitale che può essere erogato per singolo deal.

Il guadagno del Venture Capital

Veniamo al “perché” un venture capital dovrebbe avere interesse a finanziare ed investire in determinato progetto di una start up. Solitamente quando VC investe in una start up, ne acquisisce delle quote societarie. Molto spesso richiede anche di rivestire ruoli importanti nel direttivo della società. Inoltre, in alcuni casi, potrebbe mettere a disposizione della nascente impresa il proprio know how (competenze manageriali, tecniche, relazionali, ecc). In altri casi il guadagno del Venture capital potrebbe essere richiesto tutto insieme una volta che l’impresa è cresciuta notevolmente e solo a quel punto potrebbe pretendere la sua “exit”.

Quello che solitamente colpisce (e convince) un VC è la solidità e le competenze del team che presentano l’idea, ma non solo. Anche il mercato di riferimento a cui si rivolgono, gioca un ruolo molto importante e decisivo. Il prodotto/servizio deve avere target molto ampi e apportare un valore aggiunto notevolmente superiore al cliente finale, rispetto a quello offerto da un’eventuale concorrenza.

Limited partner (LP) e General Partner (GP)

I Vc come abbiamo visto sono costituiti da capitali messi insieme dagli investitori istituzionali più eventuali family office, holding, fondi sovrani, privati molto abbienti, ecc. Questi si definiscono Limited partner. In parole povere, sono quelli che ci mettono i soldi. Mentre i General Partner sono persone fisiche a capo dei LP (limited partner) che gestiscono i fondi e che, spesso e volentieri, possano diventare investitori del fondo stesso.

Il fondo di Venture Capital italiano per essere autorizzato deve avere la forma giuridica della SGR (società di gestione del risparmio).

Alcuni fondi di Venture Capital italiani

  • Five Seasons Ventures
  • Innogest Sgr
  • P101
  • Fondo italiano d’investimento (2 fondi VC)
  • Invitalia Ventures (pubblico)
  • Primomiglio Sgr
  • 360 Capital Partners

Come posizionarsi online: risalire la SERP passo dopo passo

Oggi non è più sufficiente avere solo un proprio sito internet. Il web negli anni è cresciuto in modo esponenziale ed è diventato una vera e propria giungla. In questa giungla di informazioni, è piuttosto facile perdersi e, peggio ancora, non essere trovati. Quindi è diventata di fondamentale importanza per le imprese (soprattutto per le Start up), non solo avere un proprio sito internet, ma essere in grado di farsi trovare, subito e bene dagli utenti. Avere solo un sito, ma non essere trovati, equivale avere un negozio in una strada senza sfondo, senza toponomastica, senza civico e non indicata in nessuna mappa o segnalata dai navigatori. Tanto vale abbassare la serranda e non pensarci più. Per evitare il bandone abbassato, quindi, è meglio lavorare sin da subito, sul posizionamento online.

Google la SERP: Search engine results page

Partiamo dalle basi. Google è uno dei più grandi motori di ricerca esistenti (non è l’unico però!). Gli addetti ai lavori sul posizionamento online combattono ogni giorno una dura “guerra” contro questo colosso del web. Infatti Google utilizza circa 200 diverse variabili per capire chi e cosa far apparire nei primi posti e nelle prime pagine, dell’elenco della sua ricerca. Questo elenco, se così lo vogliamo definire (tanto per semplificare), si chiama SERP. Acronimo di: earch engine results page, mostra i risultati delle ricerche che gli utenti eseguono sul motore stesso, stabilendo una classifica di apparizione in base a determinate variabili. Ora c’è da dire che le variabili analizzate sono tante, sono per l’appunto variabili e soprattutto non le conosce nessuno (nemmeno all’interno di Google stesso). Quindi capite bene la difficoltà della SEO e dell’ottimizzazione di un sito quando si cerca di posizionarsi online.

Nulla è perduto per posizionarsi online: ottimizzazione onsite

Anche se risulta piuttosto complicato riuscire a capire tutte le variabili utilizzate da Google per la propria SERP, il lavoro compiuto per posizionarsi online (che si chiama SEO), deve comunque essere fatto. Ribadiamo che è di fondamentale importanza soprattutto per le start up, per le quali è perentorio partire con il piede giusto sin dall’inizio. Esistono varie tipologie di SEO, cioè varie strategie da applicare e adottare per migliorare la visibilità del proprio sito. La prima cosa da fare è quella dell’ottimizzazione onsite. Si tratta di un lavoro complesso che deve essere eseguito in maniera certosina.

Una delle caratteristiche principali che Google analizza durante la lettura di un sito, sono i contenuti, la loro utilità, l’esposizione dei fatti, la formattazione utilizzata e da ultimo, ma non per importanza, la costanza di pubblicazione e aggiornamento.

Cosa, come e quanto scrivere: l’importanza di avere un blog interno

Riportare poche informazioni nel proprio sito, non piace a Google. Un sito vuoto, o semi vuoto, non è di gradimento al colosso di Mountain View (la loro sede operativa). Quindi i contenuti devono esserci, devono anche essere corposi e scritti bene. É inutile snocciolare parole su parole senza senso che non hanno capo ne coda. Quello che Google vuole, è si un contenuto consistente, ma anche e soprattutto UTILE. Bill Gates una volta affermò: “Content is king” . In seguito questa frase divenne un monito e un riferimento per chi si occupa di SEO. Google guarda ai contenuti e alla loro utilità per gli utenti. É importante dire qualcosa, ma che sia qualcosa di utile per chi legge. Inoltre è necessario rispettare anche alcune regole “grammaticali”, se così e vogliamo definire. Anche l’occhio (di Google) vuole la sua parte.

Quindi un testo che si rispetti dovrà essere redatto con i crismi del caso: H1, H2, Title seo, Meta description, suddivisione in paragrafi, lunghezza corretta di ogni paragrafo, elenchi puntati (che facilitano la lettura), ecc… Ecco perché è molto importante avere un blog interno al proprio sito.

Riguardate queste caratteristiche, diciamo che abbiamo iniziato con il piede giusto il nostro percorso SEO, ma siamo solo all’inizio.

SEO off-site: lavorare al di fuori di un sito.

Qui si apre un mondo. Certo non basta un articolo per spiegare tutto l’immane lavoro relativo alla seo off-site. Proviamo solo a darvi qualche informazione per fare chiarezza sull’argomento.

Riprendendo l’esempio di inizio articolo, quello sul negozio fisico collocato in una strada senza nome, possiamo dire che avendo messo a posto la seo onsite,è come se avessimo ristrutturato l’interno del negozio, attaccato l’insegna fuori dalla porta, messo il nome al campanello e attaccata la cassetta delle lettere.

C’è tutto questo, ma ancora non c’è il nome della strada. Difficile quindi essere trovati. Magari riusciranno ad arrivare da noi solo parenti, amici e conoscenti accompagnati da qualcuno che già è stato nel nostro negozio. Ma tutti gli altri?

Bene, se siete interessati a far arrivare sempre più gente nel vostro negozio, è necessario fare di più.

Link popularity

é una delle principali variabili analizzate da Google su un sito. Rappresenta la misura dell’affidabilità dei contenuti di un sito web. Per Link popularity si intende il numero di siti internet che si collegano a una pagina web. Per farla semplice. Quanto è conosciuto ed affidabile il mio sito? A questo Google guarda moltissimo. Aumentando la Link popularity, ne aumenta la credibilità e l’affidabilità e Google premia. Per migliorare la Link popularity si può lavorare sulla Link Earning e sulla Link Building.

Link Building

Consiste nel far pubblicare uno o più articoli redatti in ottica seo e contenenti un link che rimandi al nostro sito, su portati che trattano lo stesso argomento (o affini) e che siano autorevoli nel settore di riferimento.

Link Earning

consiste nella promozione di contenuti strategici capaci di stimolare l’attenzione spontanea e l’acquisizione di backlink (senza pagare o scegliere).

Social Media Marketing

Tutto quello che è legato ai social, oggi come oggi, paga. Paga in Link Popularity e paga nel posizionarsi online. Va da se che deve essere fatta con attenzione e mirata. Prima di partire deve essere fatta una pianificazione volta al raggiungimento degli obiettivi.

Non solo…

Insomma fino a questo punto abbiamo visto visto veramente quanto lavoro ci sia da fare per posizionarsi online. InnovareOggi è consapevole che non tratta di un lavoro da poco, o che debba essere fatto in modo discontinuo e approssimativo. Per questo motivo abbiamo uno messo insieme uno staff che sappia gestire a 360° le esigenze legate al posizionarsi online. Nulla viene lasciato al caso.

L’importanza del Personal Branding

Che cos’è e perché è così importante il personal branding? Si tratta di un insieme di attività, strategie e linee tattiche per la promozione del nostro personale brand, la nostra marca. Si tratta quindi di un’attività di consapevolizzazione e poi di struttura del brand che abbiamo realizzato. Se vogliamo vederla da un altro punto di vista, è il motivo per il quale un cliente, un datore di lavoro o un partner sceglie noi e non la concorrenza.

Il personal branding perché possa funzionare veramente deve definire una strategia, identificandone i processi. Deve coltivare e seguire la strategia adottata perché possa andare avanti senza intoppi. Deve farsi forza con un’efficace comunicazione. La parola d’ordine è: “DISTINGUERSI”.

Personal Brandig: noi e la nostra strategia

La distinzione dalla massa inizia con una buona strategia. La strategia serve per evidenziare i nostri punti di forza, quello che effettivamente ci distingue da tutti gli altri. Deve quindi mettere in evidenza quello che sappiamo fare, come lo sappiamo fare, i benefici che possiamo portare con il nostro intervento e i motivi per i quali dovremmo essere scelti.

Scommettere su se stessi

Non si tratta altro che di scommettere su noi stessi e vincere quella scommessa. Potremmo quindi dire che il personal branding è forma di “investimento” su noi stessi e le nostre capacità. Dobbiamo credere in quello che siamo e in quello che facciamo e promuovere al meglio le nostre abilità come professionisti unici e inimitabili sul mercato. Ecco perché è così importante avere una strategia funzionante e vincente a monte. Progettare e pianificare significa farsi comprare in anticipo. Vuol dire attirare le opportunità subito, sin dall’inizio sfruttando ed evidenziando quello che sappiamo fare meglio di tutti.

Personal Branding: la vera verità

è un titolo piuttosto ridondante, ma che spiega molto bene il punto al quale vogliamo arrivare. Per un’efficace personal branding non è sufficiente vendere meglio se stessi. Non è questione di falsificare la nostra personalità per attirare business angel, piuttosto che venture capital (nel caso volessimo metter su una start up). Fare Personal Branding significa semplicemente mostrare le nostre migliori capacità, nel modo più corretto ed esaustivo possibile, senza imbrogliare. Vuol dire proporci esattamente per quello che facciamo, spiegando nel migliore dei modi, il valore aggiunto che possiamo apportare ad un progetto. Ed è proprio in base a quel valore aggiunto che gli altri ci sceglieranno. Ricordiamo inoltre che il Personal Branding non coincide con il Social Media Marketing o con l’avere un Blog personale. Significa avere chiara la propria immagine e le proprie capacità e saperle trasmettere agli altri.

Tutto sotto controllo

Viviamo l’epoca del web 2,0. Un’epoca durante la quale la nostra immagine è sempre meno sotto il nostro controllo. Siamo per lo più quello che gli altri percepiscono di noi, soprattutto attraverso internet e Social Media. Questo comportata dei pro e dei contro. É imperativo saper sfruttare la situazione a nostro vantaggio, nostro, del nostro lavoro e del nostro brand.

Attraverso la “community” dobbiamo trasmettere la percezione di noi stessi e delle nostre capacità, creando sinergie a due vie. Noi verso il nostro pubblico, ma anche il nostro pubblico verso di noi. All’apertura di un dialogo, non potranno che seguire dei miglioramenti. Una volta quindi che avremmo mostrato quello che siamo e che siamo capaciti di realizzare, il dialogo con il pubblico evidenzierà pregi e difetti da migliorare. Anche in questo caso possiamo identificare una parola chiave: “Interattività”.

Brand Positioning

L’obiettivo ultimo del personal brandig è quello di riuscire a fissare nella mente degli utenti, il brand (o il nome del professionista) associato a una precisa peculiarità, a un concetto che inequivocabilmente lo distinguerà dai concorrenti. Questo viene definito come Brand Positioning.

Con il personal branding si influenza l’utenza attraverso determinate esperienze che possiamo fargli vivere. Oppure è possibile influenzare intere comunità virtuali, attraverso la percezione che gli utenti hanno di noi e del brand.

Abbiamo visto che fare personal branding non significa solo usare Social Media e avere un blog personale. Ribadiamo che vuol dire trasmettere noi stessi e le nostre capacità agli altri, magari sfruttando proprio canali di comunicazione interattiva come quelli messi a disposizione dal web.

Come fare personal branding

Occorre innanzitutto un brand a cui dare forma e sostanza. Sono necessari obiettivi e traguardi da raggiungere ed utile anche stabilire dei tempi in cui è necessario raggiungerli. La mission aziendale deve essere stabilita a priori (per mission si intende il fine ultimo di un’impresa che la distingue dai competitor) assieme alla vision (cioè la proiezione del contesto e dello scenario futuro in cui l’impresa intende operare). Non solo. Tutto questo deve anche essere ben chiaro al nostro pubblico. Se l’immagine di noi e del nostro brand non è definita nei minimi dettagli, anche agli occhi degli utenti, i nostri contorni risulteranno sfocati e non definiti.

I social network: la rete sociale del ventunesimo secolo

L’invenzione del nuovo millennio! I social network, in pratica una “rete sociale” attraverso la quale gruppi di persone si legano a livello umano e virtuale. La loro esistenza, intesa in senso lato, non rappresenta nulla di nuovo. Ma nell’era digitale che viviamo, i modi di connettersi e promuoversi, hanno assunto un significato del tutto nuovo (più veloce e alla portata di tutti). Prima gli approcci, le conoscenze e i rapporti si legavano e consolidavano attraverso strette di mano, lettere e passaparola. Tutto questo è adesso sostituito da Facebook, Instagram, LinkedIn, ecc…

I Social Network offrono nuove possibilità

Cambiano i tempi e di conseguenza cambiano i modi di rapportarsi tra le persone. In un’epoca altamente tecnologica come la nostra, i rapporti umani e professionali, molto spesso vengono gestiti a livello digitale. I social network riesco ad offrire grandi e nuove opportunità di interazione, che, se sapute sfruttare bene, possono trasformarsi un grandi occasioni di business. Si tratta di una grande verità che deve essere compresa sin da subito soprattutto da chi ha intenzione di aprire una start up.

Rapporti umani e lavorativi

Inizialmente la maggior parte dei social network veniva utilizzata a scopi “ricreativi”, se vogliamo definirli così. Servivano per connettere le persone, anche a grandi distanze, per trascorrere il tempo e per entrare in contatto con realtà diverse e lontane da noi. Poi, piano piano, si sono affacciate nuove grandi opportunità per la comunità virtuale. I social network sono stati visti, ed utilizzati, sempre di più, come “veicoli” per il business. Farsi conoscere, farsi vedere e trovare, sfruttati per campagne promozionali e per posizionarsi online. Insomma, sono diventate il nuovo combustibile del motore del business del ventunesimo secolo.

Marketing e Social Network

Per il mondo del lavoro i social network costituiscono una vetrina espositiva (e non solo) delle attività. Permettono alle aziende di rimanere sempre connessi con i propri clienti e di raggiungerne di nuovi. Questo è punto veramente molto importante per tutte quelle nuove aziende che si affacciano al mondo del business. Creano ponti di collegamento e rapporti comunicativi con nuovi potenziali clienti. Se utilizzati correttamente mostrano tutti pregi e i punti di forza di un brand, marchio, prodotto/servizio o di un singolo individuo. Il rapporto, il ponte virtuale, che instaurano con gli utenti, consolida la visibilità dell’azienda, aumenta la link popularity sul web, ne favorisce il posizionamento online.

Per ottenere tutto questo però è necessario avere alle spalle una strategia forte e mirata. Il fai da te in molti casi è deleterio non porta mai a buoni risultati. Noi di InnovareOggi lo sconsigliamo se si vogliono raggiungere degli obiettivi concreti. Quindi, voi nuove imprese, start up da poco create o ancora in fase embrionale, ci rivolgiamo soprattutto a voi, fate la cosa giusta sin dall’inizio. Evitate l’aiuto dell’amico o del parente per il vostro social media marketing e fatevi guidare da qualcuno del settore.

La strategia di social media marketing in 6 punti

Creare una strategia mirata per sfruttare i social network, non è facile, noi possiamo darti una mano, se vuoi. Nel frattempo proviamo a semplificarti in sei diversi passaggi come poterne iniziare a creare una.

1 – Stabilire degli obiettivi

Ogni strategia è mirata ad un obiettivo. Il primo passo da compiere è quindi quello di stabilire quali sono i risultati che si vogliono ottenere dai social network. I social permettono un monitoraggio costante e particolareggiato di vari obiettivi ai quali ambire. Dal numero dei like ottenuti, ad esempio, al numero di condivisioni raggiunte. Noi vi suggeriamo però di scegliere di raggiungere e monitorare obiettivi più concreti e coerenti con le vostre aspettative.

Scegliete quindi degli obiettivi che rispondano almeno a tre di queste diverse caratteristiche:

  • Specificità
  • Misurabilità
  • Raggiungibilità
  • Rilevanza
  • Time-bound (un limite di tempo massimo)

2 – Confronta

é importante ai fini strategici, capire il lavoro svolto finora. Vale a dire che è necessario capire in quale modo sono stati utilizzati fino a questo momento i social network. Cosa hanno portato? Cosa non hanno portato? I nostri competitor come hanno lavorato? I clienti come hanno reagito alle nostre proposte/iniziative? E così via. Quindi analizzare i dati raccolti e confrontarli con quelli della concorrenza per cercare di migliorare la nostra strategia. Da quest’analisi sarà possibile anche definire meglio la “mission” della strategia, cioè il fine ultimo. Ci aiuterà a capire gli errori fatti fino ad adesso e a cercare di evitarli in futuro.

3 – Scegli il social network corretto

Ogni social si rivolge per lo più ad un pubblico diverso, con richieste/interessi diversi. É importante quindi scegliere il social giusto per promuovere la propria attività/prodotto/servizio. Se avete già diversi account sarà necessario modificarli in base agli obiettivi che volete raggiungere. Altro grande aiuto alla promozione del nostro personal branding, è riuscire a “pubblicizzare” il nostro social network di punta su tutti gli altri social. In questo modo il reach di quello che pubblichi, aumenterà di livello.

4 – Trovate la giusta ispirazione

Trovare ispirazione da quello che esiste già, non significa scopiazzare a destra e a sinistra. La maggior parte degli utenti sta già utilizzando social e sta già rimanendo più o meno influenzata dalle proposte della concorrenza. Conoscere quello che gli altri fanno ed ispirarsi a loro per promuoversi, può portare grandi benefici.

5 – Create un piano editoriale

In un precedente articolo abbiamo visto che “il contenuto è re”. Questa regola non fa eccezione per le pubblicazioni sui social network. Quindi è importante stabilire a monte un piano dei contenuti e un calendario editoriale. Scegliete quindi cosa scrivere, come scrivere, che si occuperà di redigerli e crearli e soprattutto ogni quanto far uscire la pubblicazione nuova. La costanza e paga sempre.

6 – Controlla e adatta

Partita l’iniziativa sui social è importante mantenere un costante controllo dello stato di avanzamento della nostra attività. Per questa si possono usare strumenti di analisi interna ed esterna al social stesso. In base poi ai dati raccolti si potrà decidere di aggiustare il tiro della nostra strategia, apportando le modifiche necessarie a dare al pubblico, quello che il pubblico richiede.

StartUp Innovative: tutto parte da una buona idea

Le strade che conducono alla nascita di una nuova azienda, sono tantissime. Ai blocchi di partenza di ciascun inizio, c’è sempre la solida base di una buona idea. Le idee poi possono nascere in vari modi. Spremendosi le meningi, fino a quando non riusciamo a partorirne una vincente. Oppure senza nemmeno starci a riflettere troppo, nascono per gioco o per sfida. O ancora in seguito alla pratica del “copycat”, secondo la quale un’idea già esistenze, viene ripresa, rielaborata e migliorata, proponendola sotto una luce diversa e più accattivante. Dopo le idee, però, è necessario concretizzare.

Cosa sono le startup innovative: i requisiti richiesti per definirle

In economia viene definita come una nuova impresa, un’organizzazione temporanea o una società di capitali che sta ancora cercando soluzioni strategiche ed organizzative, che la possano consolidare nel tempo. Questo significa che una start up, per essere ritenuta tale, deve essere una società di capitali in cerca di un model business scalabile e ripetibile.

Le startup, per essere ritenute tali, devono avere determinate caratteristiche che le contraddistinguono

  • Temporaneità
  • Sperimentazione
  • Modello di business

Temporaneità

é solo l’inizio, non avrà questa forma per sempre. Le ambizioni sono quelle di crescere, formarsi come organizzazione ben definita e consolidare la propria posizione sul panorama generale del business.

Sperimentazione

Nelle startup innovative non è ancora ben definita la direzione da prendere. Si sperimenta per trovare la formula giusta e vincente, che porti a definire l’azienda in un quadro di ragguardevole profitto futuro.

Modello di business

Trovare il proprio, è uno dei principali obiettivi che le startup innovative devono avere. Visto che si trovano ancora all’inizio, non sarà sempre ben definito e facile da realizzare. Con il tempo però, la strada da percorrere sarà chiara.

Giovani e con pochi capitali

Adesso siamo consapevoli che una startup, altro non è che un’impresa giovane e con poco capitale, volta però, allo sviluppo di progetti innovativi. Come sempre ci sono i pro e i contro. Tra i pro, vogliamo ricordare che queste nuove forme societarie, godono di agevolazioni burocratiche e alleggerimenti fiscali considerevoli.

Decreto legge crescita 2.0

Le startup innovative sono regolate dal decreto legge crescita 2.0, che ci dicono innanzitutto che si tratta di una vera startup solo se si tratta di una società:

  • di capitali;
  • per azioni
  • a responsabilità limitata;
  • in accomandita per azioni;
  • cooperativa.

Le cui azioni non siano quotate su un mercato regolamentato o su un sistema multilaterale di negoziazione. Inoltre devono essere iscritte nel Registro delle imprese.

Costituzione e valore tecnologico

Il decreto stabilisce inoltre altre prerogative fondamentali perché una società possa definirsi startup:

  • è costituita da non più di sessanta mesi;
  • è residente in Italia ai sensi dell’articolo 73 del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, o in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, purché abbia una sede produttiva o una filiale in Italia;
  • non distribuisce, e non ha distribuito, utili;
  • ha, quale oggetto sociale esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico;
  • non è stata costituita da una fusione, scissione societaria o a seguito di cessione di azienda o di ramo di azienda.

Ve ne sarebbe molti altri, ma questi li abbiamo voluti citare per rendervi l’idea generale delle caratteristiche primarie.

Come trovare dei finanziatori

Ci sono molte strade. Ve ne suggeriamo solo qualcuna per avere un quadro generale.

Autofinanziamento. Forse la più facile, ma allo stesso tempo anche la più difficile e problematica. Avere una buona idea non è sufficiente a realizzarla. Occorrono anche i capitali e molto spesso, la maggior parte delle persone, non ha a disposizione la liquidità giusta per sostenere la spesa.

Campagne di Crowdfunding. Possono essere una valida alternativa. Wikipedia definisce il Crowdfunding come “è un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni”. Il contro è che tutti i partecipanti devono credere veramente nel progetto.

Incubatori e Acceleratori. In pratica sono altre società e/o organizzazioni che hanno lo scopo di affiancare e sostenere una startup innovativa, fino a quando questa non sarà del tutto autonoma.

Aprire delle startup innovative

I fattori da considerare sono moltissimi. Molto spesso non si ha l’esperienza necessaria per conoscerli e valutarli tutti. Per questo motivo, noi di InnovareOggi, abbiamo realizzato un programma a sostegno dell’innovazione e “delle buone idee”. Per una corretta valutazione delle proposte, per gestire la parte burocratica fiscale e la stesura del progetto, oppure per cercare e ottenere un finanziamento totale, vi mettiamo a disposizione la nostra esperienza e professionalità.

Le Entrate Automatiche

Uno dei modi più semplici per ottenere l’indipendenza finanziaria è riconfigurare la tua vita in modo che una parte sostanziale del tuo reddito non sia direttamente guadagnata dal tuo lavoro. Per fare ciò, dovrai guadagnare un reddito passivo, ovvero acquisire la capacità di generare delle cosiddette entrate automatiche. L’entrata automatica rappresenta quel denaro ricevuto che richiede uno sforzo minimo o nullo per mantenere il flusso di reddito una volta terminato il lavoro iniziale.

Alcuni esempi comuni di entrate automatiche includono gli affitti da investimenti immobiliari, i diritti di brevetto per un’invenzione ma anche commissioni di licenza dei marchi per personaggi o marchi che hai creato, royalties da libri, canzoni, pubblicazioni o altre opere originali ma, molto più popolari, anche i profitti da aziende in cui hai poche o nessuna responsabilità quotidiana. Qualcosa di simile ad una vera è propria entrata automatica può essere il guadagno da pubblicità online in un blog o su un sito web di tua proprietà. Quest’ultimo esempio, come in realtà in tutti i casi sopra citati, può essere considerato guadagno automatico se si struttura un determinato meccanismo che effettivamente minimizzi o annulli totalmente lo sforzo.

Fondi comuni e titoli azionari

Possiamo citare a riguardo

  • dividendi da azioni
  • fondi comuni di investimento
  • altri titoli azionari
  • interessi derivanti dal possesso di obbligazioni
  • rendimenti legati alle cryptovalute.
  • Chiaramente questi ultimi casi contemplano guadagni esattamente nella misura in cui possono contemplare anche delle perdite. Ma perché le entrate automatiche sono così attraenti? Lo sono perché ti consentono di risparmiare tempo, così puoi concentrarti sulle cose che ti piacciono davvero.

dividendi da azioni, fondi comuni di investimento e altri titoli azionari così come gli interessi derivanti dal possesso di obbligazioni o rendimenti legati alle cryptovalute. Chiaramente questi ultimi casi contemplano guadagni esattamente nella misura in cui possono contemplare anche delle perdite. Ma perché le entrate automatiche sono così attraenti? Lo sono perché ti consentono di risparmiare tempo, così puoi concentrarti sulle cose che ti piacciono davvero.

Scegliere le Entrate automatiche pensando al futuro

Se i lavoratori della varie professioni vogliono guadagnare la stessa quantità di denaro e godere dello stesso stile di vita anno dopo anno, devono continuare a lavorare lo stesso numero di ore allo stesso tasso di retribuzione, per tenere il passo con l’inflazione. Quando deciderai di andare in pensione o ti ritroverai incapace di lavorare per un qualsiasi motivo come un infortunio o il fallimento dell’azienda, il tuo reddito si fermerà a meno che tu non abbia una qualche forma di reddito passivo. In passato non si aveva questo tipo di sensibilità. Nella cultura infatti si è sempre fatto affidamento a sistemi assistenziali o, tradizionalmente, al sistema pensionistico.

Oggi, invece, le entrate automatiche sono interesse di molti si riescono a reperire sempre più informazioni e spunti a riguardo. Possiamo individuare, tra le tipologie di entrate automatiche accennate, tre tipologie di reddito passivo che maggiormente suscitano interesse tra chi ha scelto questa strada per la propria situazione finanziaria. Sceglierne proprio tre significa non limitarsi ad affidare la propria strategia ad un unico progetto (che potrebbe fallire e non lasciarci nulla) ma diversificare le possibilità senza rischiare di perderne il controllo. Soltanto in questo modo si potrà raggiungere l’ambito status di individuo totalmente libero finanziariamente, un obiettivo non da poco e che fa gola a molti.

La libertà finanziaria

La libertà finanziaria è un concetto molto meno astratto di ciò che si pensa. Infatti è possibile definirlo concretamente come una formula che consente di non azzerare mai il proprio bilancio indipendentemente dagli eventi. Infatti, per porre un esempio, si considera una famiglia in cui i coniugi abbiano riserve pari a 40.000 euro. Ponendo che entrambi i coniugi lavorano e che guadagnano complessivamente 4.000 euro (1.500 uno e 2.500 l’altro) al mese spendendone 3.000 mensili. Se per qualsiasi motivo si dovesse perdere il reddito di 2.500 euro mensili, nella famiglia entrerebbero soltanto i 1.500 euro. L’entrate a questo punto non basterebbe a coprire le spese. Col tempo le riserve verrebbero erose, a meno che non vi sia un drastico cambiamento in peggio dello stile di vita della famiglia.

Come capire in quanto tempo si avrà un totale azzeramento dei risparmi? Con questa formula: TEMPO= CAPITALE A RISERVA /SPESE MENSILI ECCEDENTI IL REDDITO, quindi T=40.000/1.500 ovvero 26,67.

Quindi, mantenendo lo stesso tenore di vita, in poco più di due anni la famiglia si ritroverà senza alcuna riserva. Questo è uno dei tanti rischi in cui nella vita lavorativa ci si può imbattere e che impattano sulle proprie riserve e sullo stile di vita.

Il reddito passivo

È importante sapere che si può adottare una soluzione intraprendendo la strada delle entrate automatiche. Queste possono essere generate partendo da un capitale iniziale ma anche facendone a meno. Gli individui che scelgono di concentrarsi sul reddito passivo che richiede il capitale per iniziare avranno bisogno di denaro sotto la propria disponibilità, fondi di investitori o di capitali in prestito assumendo debiti per finanziare il progetto. Un esempio sono coloro che stipulano mutui bancari per investire nel settore immobiliare. Sebbene ciò possa trasformare una piccolissima quantità di capitale in un grande flusso di cassa, presenta anche dei rischi. Un altro esempio di reddito passivo che richiede l’avvio attraverso del capitale è l’investimento in quote di partecipazione di un’attività imprenditoriale come una fabbrica o un negozio, insomma una società di capitali. Simile è la condizione di chi sceglie di generare le proprie rendite attraverso l’investimento in borsa o il trading, tutti esempi che richiedono un capitale iniziale.

La seconda categoria di reddito passivo si basa su fonti che non richiedono capitale per iniziare, mantenere e crescere. Queste sono scelte di gran lunga migliori per coloro che vogliono iniziare da soli e costruire una fortuna dal nulla. Includono risorse che puoi creare, come un libro, una canzone, un brevetto, un marchio, un sito online o commissioni ricorrenti. Nell’era di internet è possibile realizzare tutto ciò con sforzi notevolmente inferiori rispetto anche solo ad un decennio fa. Un esempio concreto di questa tipologia di entrata automatica è l’e-commerce in dropshipping, ovvero vendere online senza possedere il prodotto ed affidando a terzi la logistica; in questo modo si minimizza lo sforzo che si concentra principalmente sul marketing. Questi sono alcuni aspetti essenziali da valutare se si pensa ad una entrata automatica che sia in grado di ottenere la libertà finanziaria.